Latino e Greco: Alla ricerca delle radici comuni

Quando ho proposto la candidatura per partecipare a questo progetto, non avevo particolari aspettative, se non quella di osservare e conoscere qualcosa che mi fosse sconosciuto. Un altro mondo, lontano, che si dedicava alle lingue antiche. Forte della tradizione italiana, pensavo che avrei  incontrato uno studio molto differente dellaIMG-20180131-WA0003 disciplina. Ho incontrato Elisabeth, il mio doppio danese, ed il preside di questa scuola, classicista che si dedica anche alla attività di traduzione dal latino, persone squisitamente colte e molto preparate, che insegnano con pazienza e dedizione sia la lingua che una disciplina per chi le lingue antiche non le studia, cultura classica, una mescolanza di arte, letteratura e storia.

Questo modello danese di scuola riesce a coniugare una precisa preparazione disciplinare con una fluidità che libera dall’ansia da prestazione, soprattutto perché la prova di lingua antica nell’esame di maturità, richiede abilità non solo traduttive, ma piuttosto di interpretazione in senso lato del testo, liberando lo studente dal tecnicismo di un close reading esasperato.

Ho imparato, in due settimane in cui mi sono permessa il lusso di ascoltare le lezioni e di osservare le dinamiche delle classi, a ipotizzare di lasciare più liberi i ragazzi nell’esplorare la disciplina, alleggerendo il tempo dedicato alla lezione frontale.

Ho imparato a responsabilizzare i ragazzi, lasciandoli liberi di uscire dall’aula per le loro necessità senza chiederlo, interrompendo la lezione.

Ho imparato ad assegnare piccole ricerche quasi quotidianamente, in modo da tenere sempre accesa la capacità critica di cercare, vagliare le fonti, ampliare l’orizzonte di attesa.

Mi sono sentita, in un confronto implicito con le pratiche di insegnamento danesi, sia forte di quello che insegno, poiché il livello traduttivo richiesto dalla prova d’esame di maturità italiano è nettamente superiore a quello della prova danese, sia manchevole nella capacità di miscelare nella pratica d’aula una maggiore levità e ritmi meno serrati nella scansione del programma e del ritmo didattico.

IMG_7737Appena tornata, ho immediatamente messo in opera alcune degli aspetti della scuola danese che ho considerato migliori, cercando di insistere e potenziare l’autonomia dei miei studenti.

Credo, però, che tale autonomia non si sviluppi solo lasciandoli più liberi, secondo, appunto, il modello danese, ma soprattutto rendendoli padroni della disciplina studiata e forti delle loro conoscenze e competenza trasversali. Per questo ritengo che l’esperienza di job-shadowing da me vissuta sia davvero preziosa, perché mi ha insegnato a miscelare, a non perdere lucidità critica, a non scivolare in un’inutile esterofilia, ma piuttosto a conoscere.

Vorrei davvero poter ripetere un’esperienza simile in un altro paese europeo, anche a cadenza annuale, soprattutto per le mie discipline. Ritengo, infatti, che osservare come il greco ed il latino siano insegnati e considerati in Europa sia estremamente necessario per contribuire al dibattito relativo all’insegnamento di queste discipline, così bistrattate nella scuola di oggi. Se un paese come la Danimarca, non neolatino, le considera così formative, se l’Europa le inserisce nel suo programma di studi, si potrebbe dedurre che la ricerca di radici comuni, un vero Erasmus degno del nome dell’umanista che porta, sia la chiave per salvarle da un progressivo oblio, ma soprattutto dall’accusa di vetustà ed inutilità.

Elisabetta Grisendi, Liceo Statale Rinaldo Corso

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